Buffon si racconta: dagli inizi tifando per N'Kono sino al sogno della seconda Coppa del Mondo

buffon09violaIeri sera, Gigi Buffon è stato il protagonista della trasmissione televisiva di Sky Sport 1 'I Signori del Calcio'. L'occasione ha dato modo al portiere della Juventus e della nazionale, di parlare di tantissimi argomenti professionali e personali. Vediamo un pò cosa ha detto di interessante:

Portieri si nasce o si diventa?
Nel mio caso lo sono diventato, però probabilmente si nasce. Magari lo ero, ma non me ne ero ancora accorto.

Chi ti ha spinto a cambiare ruolo da piccolo?
Spinto in maniera diretta no, però mio padre mi ha sempre seguito nei settori giovanili e mi ha proposto di provare per divertimento perché aveva intravisto qualche qualità.

N’Kono e il Genoa: idolo e squadra del cuore. Sono scelte singolari per un ragazzino: perché?
N’Kono perché mi rapì il Camerun ai Mondiali del ’90, era la mia seconda squadra in assoluto, tifavo con il cuore, tant’è che poi sono andato a conoscere tanti giocatori di quel Camerun. N’Kono aveva una bellissima respinta di pugno, faceva fare alla palla 30-40 metri respingendo con il pugno, era un portiere molto folkloristico, faceva capriole anche durante la partita, mi piacevano quei personaggi lì che riuscivano sempre a sdrammatizzare. Genoa perché Carrara non è lontana, un po’ di influenze si facevano sentire, poi ho uno zio di Genova tifoso del Genoa che mi portava in macchina e sul cruscotto vedevo lo stemma del grifone, molto bello secondo me. E da piccolo vieni conquistato dalle figure e dai disegni.
 
Da piccolo ti volevano Bologna, Milan e Parma. Perché il Parma?
Perché era destino, sono stato fortunato, i miei genitori mi hanno dato l’ennesimo giusto suggerimento ed era vicino a casa. Avevo solo 13 anni, dovevo fare ancora la terza media, per cui andare via di casa per loro non era una grande gioia. Parma era una città a misura d’uomo, per me era anche una società simpatica, emergente, che magari poteva dare l’opportunità a un giocatore giovane di esplodere. Così è stato.

 

Se ti dico 19-11-1995 cosa mi rispondi?
Il giorno in assoluto più bello della mia carriera calcistica. Me lo ricordo ancora, ho dei flash, delle immagini che non mi scorderò mai più: un sogno che si è avverato, un’emozione grande, mista a gioia. Credo che per un ragazzo di 17 anni il fatto di riuscire a gioire in vista di un impegno così gravoso e importante come era quel Parma-Milan fosse già un piccolo ingrediente che mi ha fatto fare poi così bene.

Nel tuo libro scrivi che quando, prima della partita, hai dormito sul pullman, i tuoi compagni si sono sentiti ben poco tranquillizzati. Sicurezza o incoscienza?
Incoscienza e un briciolo di sicurezza. Alla fine, credo di non essere mai stato stupido, potevo andare fuori dalle righe, però quando sei portiere e hai un ruolo così importante, capisci quando i tuoi compagni hanno fiducia in te, ti stimano. Io avevo capito che loro avevano tanta fiducia in me e mi permettevo questo tipo di comportamenti. Magari ero sadico, perché mi piaceva farli un po’ soffrire, però dentro di me ero molto tranquillo.

Nell’estate del 2001 firmi per la Juve. Sei costato 105 miliardi, record per la società: ti ha mai pesato?
No, è sempre stato un bell’orgoglio, anche perché credo di essere stato l’unico portiere per cui sono stati spesi così tanti soldi. Questo è un altro dato  di fatto che mi inorgoglisce e mi farà sempre piacere. Poi credo di aver dimostrato con gli anni che quella cifra non fosse così spropositata come quasi tutti avevano pensato. Stando ai giorni d’oggi, se è vero o no non lo so, ma se le offerte che fanno alla Juve per il sottoscritto si aggirano ancora su quella cifra e sono passati 8-9 anni significa che la Juve mi ha pagato anche poco.

Perché hai scelto la Juve?
Ancora un consiglio di papà e del mio procuratore Silvano Martina. In quel periodo dovevo scegliere tra Roma, Barcellona e Juve. Inizialmente la mia grande amicizia con Totti e Vito Scala, mi aveva fatto propendere per Roma, dove era anche arrivato  Capello e sembrava fosse cominciato un ciclo di una squadra invincibile. Mi ricordo che Silvano e mio padre erano andati a parlare con Sensi, ma poi per ragioni economiche il presidente della Roma fece un passo indietro e preferì prendere Pellizzoli, pagandolo meno, ma che all’epoca era uno degli emergenti. Anche con il Barcellona avevo preso dei grandi contatti, ma nel momento in cui Silvano Martina stava andando a Barcellona a chiudere la trattativa, lo chiamò Moggi e si mise in mezzo la famiglia Agnelli. Io avevo una gran voglia di vincere uno scudetto, mio padre mi disse che la Juve non vinceva lo scudetto da cinque anni e che tempo due anni l’avrebbe rivinto. Alla fine ho seguito il suo consiglio ed è stata una bella scelta.

Perché la tua grande Juve, soprattutto quella di Capello, che ha dominato in Italia, non ha vinto una Champions?
Perché non giocavano un calcio bellissimo, basavamo il nostro gioco e le vittorie sulla forza fisica e tecnica. Capitava spesso di partire molto bene e di arrivare nei mesi di febbraio-marzo-aprile un po’ scarichi a livello fisico. 

Con la Juventus di Capello hai vinto i due scudetti, poi tolti…
Per me non cambia nulla, io so quello che ho fatto, vinto e meritato nella mia vita. Ho delle mie convinzioni e nessuno me le toglierà, al di là di quello che può venir fuori dal processo e dalla giustizia. Ognuno di noi dentro di sé ha una coscienza con la quale dialoga, ognuno di noi sa quello che ha guadagnato sul campo in maniera meritata.

Perché nel corso della seconda stagione di Capello avevi deciso di lasciare la Juve? Dove saresti andato?
Perché non c’erano più i rapporti interpersonali idilliaci come prima, perché qualcuno voleva sindacare sulla mia vita privata e sulla mia professionalità, perché erano i primi tempi in cui mi vedevo con Alena…
 
Prima del Mondiale, si abbatte su di te un’altra bufera, quella sulle scommesse. Cosa ti ha ferito di più?
Nel 2006 erano 11 anni che ero nel calcio e il fatto che in un momento simile tutti mettessero in dubbio la mia lealtà sportiva e di uomo mi ha ferito molto. Scrissero anche che vendevo le partite per scommetterci sopra, mi ferì molto.

Tre immagini della finale di Berlino: una del pre partita, una della partita e una del post partita.
Del pre partita, mi ricordo le due notti prima, avrò dormito 45 minuti a notte, mi ricordo l’ansia e i pensieri. Quello che mi ricordo della partita, è che tanta era stata la tensione prima che la partita mi sembrava da bar, ero tranquillissimo e un po’ mi dispiaceva. Devo dire che la tensione incominciò ad arrivare vicino al 90°. Poi è stato bello prendere in mano la coppa, l’avevo guardata prima della partita come avevo fatto a Manchester nel 2003 e le avevo detto che speravo di toccarla questa volta. Il fatto di esserci riuscito a fine gara è stata una grande gioia.

Cosa c’è ancora in te del ragazzo che esordì nel ’95?
Poco, sicuramente c’è il fatto che nelle partite difficili, di pressione, ho sempre reagito nel migliore dei modi. Nelle situazioni di difficoltà riesco sempre a mantenere la calma. 

Cosa vedi nella tua vita dopo il calcio?
Non posso che vedere il calcio, è da 25 anni che fa parte della mia vita. Credo di poter dare un mio contributo importante anche quando smetterò, non so sotto quali vesti, magari ci sarà qualcosa che mi entusiasmerà. Ho voglia di avere sempre il fuoco dentro che mi faccia svegliare la mattina, ho voglia di lottare e vivere con obiettivi ben precisi.

L'intervista completa è consultabile in questa pagina del sito della Juventus.

Lascia un Commento
Presenti su Google+