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Il peso di essere portieri

Il peso di essere portieri

Francesco Ressa

Il nostro ultimo post sulla crisi di Vicario era nato dal clamore che la situazione degli Spurs stava generando anche oltre i confini inglesi, con la volontà di spiegare agli appassionati le ragioni di tante critiche al portiere italiano.

Tudor, in evidente difficoltà tecnica e con la tifoseria sempre più insofferente, ha pensato bene di lanciare dall'inizio Antonin Kinski, alla sua terza apparizione stagionale (le altre due in League Cup). Inutile aggiungere molto: tre gol in 17 minuti, due errori francamente evitabili e una situazione che si è fatta rapidamente ingestibile. La sostituzione con Vicario è arrivata presumibilmente su sua richiesta diretta, con Romero che si avvicina al tecnico e lo invita al cambio. Una scena che racconta più di mille parole.

Il commento più centrato sulla vicenda è arrivato da De Gea, capace in poche righe di toccare il nervo scoperto di chi fa questo mestiere: "Chi non ha mai fatto il portiere non può capire quanto sia difficile giocare in questo ruolo. Tieni la testa alta e ripartirai".

Due frasi. Eppure racchiudono tutto. Lo stato d'animo che qualunque portiere ha vissuto almeno una volta, e la sola risposta possibile: usare l'errore come punto di partenza, non come zavorra. Critiche, insulti e sfottò fanno parte integrante del gioco, che si tratti di Champions League o del torneo della domenica mattina.

Come si riparte, allora? Dalla fiducia nei propri mezzi e dalla volontà concreta di superare il momento difficile. Non è semplice per nessuno, sia chiaro. Ma chi sceglie di stare in porta, accetta implicitamente di essere il giocatore più esposto, quello su cui ricade con più forza il peso dell'errore. Saper gestire quella pressione, elaborarla e trasformarla in carburante, è una qualità che va allenata tanto quanto la tecnica e il fisico. Forse di più.