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L'elegante vittoria al Mondiale 2026 di Unai Simón

L'elegante vittoria al Mondiale 2026 di Unai Simón

Francesco Ressa

Il Mondiale nord americano si è concluso con la vittoria meritata della Spagna. La squadra più solida, forse meno appariscente di altre candidate, ma che ha mantenuto un livello costante di gioco e solidità nei momenti cruciali. Quello che vale per le Furie Rosse, vale a maggior ragione per Unai Simón, il portiere su cui il tecnico de la Fuente ha puntato senza riserve sin dal suo arrivo alla guida della nazionale maggiore. 

I numeri di un Mondiale quasi perfetto

Simón è diventato il miglior portiere del Mondiale senza essere quello più appariscente. Ha chiuso il torneo con porta inviolata in sette delle otto partite giocate e un solo gol subito in tutta la competizione, quello del belga De Ketelaere nei quarti di finale contro il Belgio, il 10 luglio, quando si è interrotta la sua striscia di imbattibilità nei Mondiali, arrivata a 650 minuti consecutivi. Il record di Walter Zenga, fermo dal 1990 a 517, era stato già superato prima, nei sedicesimi contro l'Austria, ma Simón ha continuato ad allungare la propria striscia fino al gol subito contro il Belgio. Va detto, per onestà, che il confronto non è perfettamente sovrapponibile: Zenga costruì il proprio primato tutto dentro l'edizione del 1990, mentre la serie di Simón è nata nel 2022 (l'ultimo gol subito prima di allora risale al match contro il Giappone) ed è proseguita fino a questo torneo.

Un lavoro che non si vede sempre

Sarebbe però riduttivo raccontare il suo Mondiale solo attraverso le statistiche. La Spagna ha tenuto a lungo il pallone, ha concesso poco e ha protetto bene la propria area, e questo ha certamente aiutato il portiere. Pensare però che ricevere pochi tiri renda il suo lavoro più semplice significa conoscere poco il ruolo: quando una squadra domina, il portiere può restare diversi minuti senza essere impegnato, ma deve comunque leggere lo sviluppo dell'azione e farsi trovare pronto sull'unica conclusione pericolosa. Una difficoltà meno visibile di quella di chi para in continuazione, non per questo meno reale.

Un portiere pulito

Simón ha costruito il proprio torneo proprio su questa continuità. Non ha avuto bisogno di una serie di interventi spettacolari perché, nella maggior parte dei casi, era già nella posizione giusta, e molte delle sue parate sembrano semplici solo perché arriva sul pallone senza dover correggere all'ultimo una scelta iniziale sbagliata. È un portiere pulito, se vogliamo usare un'espressione un po' abusata: non cerca movimenti superflui, non aggiunge spettacolarità e prova a risolvere ogni situazione con il minimo indispensabile. Quando può bloccare, blocca. Quando deve deviare, cerca una zona sicura. La pulizia tecnica viene notata meno della parata acrobatica, anche perché è più difficile capire quanto fosse davvero complesso un intervento: chi parte in ritardo e vola può sembrare più decisivo di chi ha letto l'azione in anticipo e ha risolto lo stesso tiro con un movimento più breve. Simón appartiene chiaramente alla seconda categoria.

Bravo con i piedi, ma non solo

Ed è qui che arriviamo a un'espressione usata così spesso da rischiare di non voler dire più niente: Simón è un portiere bravo con i piedi. Vero, ma non basta come definizione, perché giocare bene con i piedi non significa solo completare molti passaggi, quanto piuttosto leggere la situazione e scegliere la soluzione più utile per la squadra. A volte è il passaggio corto, altre volte serve giocare sull'esterno o liberarsi del pallone senza rischi inutili. La bravura di Simón sta proprio nel capire quale giocata serva in quel momento, ed è per questo che nel sistema della Spagna non viene coinvolto solo quando i difensori sono in difficoltà: offre una linea di passaggio, permette alla squadra di creare superiorità nella prima uscita e costringe gli attaccanti avversari a scegliere se continuare a pressare o lasciare libero un compagno.

Il controllo dello spazio alle spalle della difesa

C'è poi il lavoro lontano dai pali. La Spagna difende con una linea molto alta e questo obbliga il portiere a coprire uno spazio enorme alle spalle dei difensori, leggendo in anticipo i passaggi in profondità e valutando in fretta se conviene uscire. Anche qui, la qualità non è la velocità pura, ma la lettura, e in questo Mondiale gli esempi non sono mancati. In semifinale contro la Francia, al 42', Simón è uscito ben oltre l'area di rigore per anticipare con i piedi un lancio in profondità destinato a Mbappé, lanciato a rete con la difesa spagnola già battuta. In finale contro l'Argentina, un episodio molto simile: su un contropiede, Messi ha provato a involarsi verso la porta, ma Simón lo ha anticipato uscendo sulla trequarti, chiudendo lo spazio prima ancora che l'argentino potesse impostare il tiro. Due letture quasi identiche, fatte a distanza di giorni contro due dei giocatori più forti del torneo, e in entrambi i casi la differenza l'ha fatta il tempismo, non la disperazione del gesto.

Simón ha dimostrato di saper vivere in quella zona senza perdere l'equilibrio, senza fare lo spericolato ma senza restare nemmeno incollato alla linea ad aspettare il problema.

 

Un'autorità silenziosa

C'è poi un'altra caratteristica che merita due righe, ed è la sua autorità. Siamo abituati ad associare il portiere autorevole a quello che urla, rimprovera i compagni e occupa la scena dopo ogni intervento. Simón dimostra che ne esiste un'altra versione, meno rumorosa: comunica, guida la difesa, si prende le responsabilità, ma non sembra interessato a rendere visibile ogni gesto. Si manifesta nella posizione, nella continuità delle scelte, nel non cambiare atteggiamento dopo un errore, e continuare a chiedere il pallone sapendo che una giocata sbagliata ti espone alle critiche richiede più carattere di quanto sembri. L'assenza di teatralità, insomma, non va confusa con l'assenza di personalità: Simón non ha bisogno di ricordare a tutti di essere il titolare della Spagna, si comporta semplicemente come tale.

La fiducia di de la Fuente e la concorrenza in casa

La fiducia di Luis de la Fuente ha avuto un peso in questo percorso. Il commissario tecnico lo conosce da anni, lo ha seguito già nelle giovanili spagnole, e non lo ha scelto per una stagione positiva ma perché lo considera adatto alla propria idea di calcio, capace di restare dentro il progetto tecnico anche nei momenti meno semplici. Per un portiere la fiducia dell'allenatore conta parecchio: non significa garantire il posto a prescindere dal rendimento, ma evitare di vivere ogni errore come una possibile bocciatura, perché chi gioca in porta decide in una frazione di secondo e se comincia a pensare alle conseguenze finisce per perdere naturalezza.

Questo, però, non significa che Simón sia stato protetto dalla mancanza di alternative. La Spagna ha altri portieri di livello internazionale, David Raya su tutti, che avrebbe argomenti sufficienti per giocare titolare in molte altre nazionali. La presenza di concorrenti credibili non ha trasformato il reparto in una guerra interna, e aggiungo del mio: il lavoro dei portieri in nazionale non riguarda solo il titolare, perché i colleghi studiano gli avversari, condividono informazioni, si confrontano e tengono alto il livello degli allenamenti. Simón non è cresciuto evitando il confronto con gli altri, ci è cresciuto dentro. Un reparto sano non è un titolare più due comparse, è un gruppo di specialisti che prepara la stessa partita da prospettive diverse, pur sapendo che in campo ne andrà soltanto uno.

Un profilo pubblico coerente con il campo

Anche la sua figura pubblica rispecchia abbastanza fedelmente il modo in cui gioca. Non cerca l'esposizione continua, non sembra interessato a costruirsi un personaggio, e ha scelto di limitare il rapporto con i social, dove elogi e critiche rischiano di condizionare la percezione che uno ha di sé. Lo stesso vale per la permanenza all'Athletic Club: nel calcio di oggi siamo portati a pensare che un giocatore debba per forza trasferirsi in un club più ricco per essere considerato tra i migliori, e Simón ha scelto una strada diversa, rinnovando con la squadra in cui è cresciuto senza legare le proprie ambizioni a un cambio di maglia. Non è mancanza di ambizione, è solo un modo diverso di intenderla.

Un riconoscimento arrivato al momento giusto

Il Mondiale completa un percorso che lo aveva già visto protagonista con la Spagna, tra la Nations League vinta anche ai rigori e il titolo europeo del 2024 giocato da titolare. Il Guanto d'Oro mondiale non è quindi l'esplosione improvvisa di un portiere fino a quel momento poco considerato, ma il riconoscimento arrivato al termine di una crescita costruita nel tempo, culminata ieri con la vittoria in finale contro l'Argentina, decisa ai supplementari da un gol di Ferran Torres.

Unai Simón è diventato campione del mondo facendo bene soprattutto le cose che si notano meno: la posizione corretta, la continuità nella costruzione, il controllo dello spazio dietro la difesa, la concentrazione anche quando i tiri erano pochi. Il suo Mondiale ricorda una cosa semplice, che nel calcio si dimentica spesso: un portiere non deve per forza sembrare decisivo per esserlo davvero. Simón non ha avuto bisogno di ricordarlo agli altri. Gli è bastato giocare così.